Briganti – catalogo

I BRIGANTI NELL’ARTE

Se una storia del brigantaggio può essere delineata sin dagli albori dell’umanità, quando nel consesso sociale cominciarono a differenziarsi ruoli e comportamenti, il relativo giudizio, non fermato alla sola natura etica del ruolo, va approfondito in termini di effettivo contributo allo sviluppo della loro storia, coincidente in genere con quella dei vinti. Lo stesso immaginario mitologico consolida questa figura, ponendola nel panteon divino, con qualità e missioni ben precise, a dimostrazione di quanto sia tenuto in considerazione il suo ruolo. Solo attraverso l’esame degli aspetti sociologici,  antropologici, e se vogliamo anche letterari e figurativi del fenomeno, si può dipanare quel fil rouge che accompagna la storia ufficiale, con l’emergere di questi eroi della contro-storia, o, meglio, di questi contro-eroi della storia, i cui aspetti essenziali si imperniano su quattro punti essenziali: lo switch, ovvero il mutamento improvviso del tipo di vita, le ragioni dell’inizio dell’attività brigantesca, la natura della leadership, la morte.

Ed è proprio la morte, che vede quel corpo pesantemente abbattuto sul terreno, con un improvviso flashback vede il brigante rialzarsi, riprendere vita, non solo per far riflettere ed ammonire, ma per dare qualche speranza a chi più non ce l’ha. Tale solo perché inviso al potere, il contro eroe alla fine esce fuori dal suo volto demoniaco, pronto a conculcare valori, affetti, e anche primitivi ideali in nome della sua vitalità e della sua ragione, rimettendo in piedi tutti i nodi di una storia sommersa che nella sublimazione eroica combatte la supremazia del forte contro il debole.

Occorre riconsegnare al brigantaggio la concretezza non solo della versione egemone, ma anche di quella popolare, senza perdere di vista, di fronte alla corposità del fatto, il senso ed il significato della Storia, ma solo per arricchirlo. Un fenomeno infatti, quello del brigantaggio, di cui la storia, per lo meno quella studiata sui banchi di scuola, non ha lasciato, forse ancora oggi, adeguata memoria, anche se numerosi sono gli artisti che, in epoche e con tecniche diverse, hanno rappresentato il mondo dei briganti, narrando e raffigurando le scene delle loro imprese, anche con toni violenti e sanguinari, spesso in atteggiamenti e costumi più o meno di genere, mostrando tratti e sfumature che danno spazio ad un mondo di emarginazione e di miseria, collegati ad istinti di prevaricazione e di crudeltà, ma anche di non rassegnata attesa della punizione.

Quello dei banditi rappresenta, anche visivamente, un mondo poi non tanto antico, che apre una finestra su campagne e boschi, su monti e torrenti, su viottoli di campagna che incrociano ruderi antichi o edicole votive. Un mondo che fa rivivere, a modo proprio, la sporcizia delle bettole, l’umidità delle grotte, la miseria dei tuguri, l’asprezza di sperduti anfratti, l’oscurità dei boschi. Luoghi questi della solitudine e della lontananza, di cui la memoria pare sia andata perduta, anche se la tradizione continua a narrarla, magari  a bassa voce, per non disturbare la storia, quella con le virgolette, fatta di grandi imprese e rivoluzioni.

Anche il brigantaggio, nel suo ambito, è fatto di imprese e di rivoluzioni, di uomini espulsi dal consenso sociale, che la popolazione più umile non si è vergognata di recuperare per dimostrare la rivincita dei figli della miseria contro l’arroganza del potere e delle istituzioni. E questo sogno, più che vera speranza, era loro offerto dai briganti, uomini costretti loro malgrado a prendere la via della macchia, a volte per proprio desiderio, ma più spesso per costrizione altrui. Condizione che, con l’abbandono forzato di casa, beni e affetti, li aveva condotti all’emarginazione.

Momenti e situazioni che, come per incanto, rivivono nelle opere di pittori che, abbandonata la raffinatezza aulica dei soggetti e l’agiata vita di corte, sono riusciti non solo a restituirci l’animo del brigante, immerso in un mondo di sofferenza ed efferatezza, ma soprattutto ad aprire una breccia nella loro coscienza, ed in quella dell’osservatore, nel prendere cognizione delle passioni e dei bisogni che animano il fuorilegge. La pittura, “bella e nobile dama”, costretta ad entrare, quasi di prepotenza, in un quotidiano ben diverso da quello sino ad allora rappresentato, non pare ne esca né svilita, né squalificata. Anzi, a ben vedere, appare quasi arricchita dalla carica umana di sentimenti forti, di odio e rabbia, ma anche di duro sacrificio, quel fardello di passioni che porta con se il brigante e che la genuina sensazione popolare sa riconoscere.

Il Seicento e  i “bamboccianti”

Un accenno di soggetto brigantesco, pur se timido, appare in Claude Gellée, detto Lorrain, il Lorenese (Champagne 1600 – Roma 1682), se si esclude una permanenza a Napoli (1619-21) e un soggiorno a Nancy (1625-26), vive quasi sempre a Roma a stretto contatto con la cerchia dei pittori del nord, dedita ad una osservazione scientifica della natura, con uno sguardo al classicismo dei Carracci e Domenichino. La sua pittura, appunti e riferimenti presi dal vero, elabora un repertorio di immagini popolate da piccole figure, apparentemente disperse nell’ambiente, ma che propongono splendidi approfondimenti lirici e motivi tematici, capaci di suggerire atmosfere in armonia con il carattere della scena, come si può riscontare nell’acquaforte “Un brutto incontro” (1633), nella quale si verifica di uno sfortunato incontro del protagonista con due malandrini, che lo afferrano e lo percuotono. Se l’influenza del Lorenese si prolungherà nel Settecento, costituendo, ad esempio con Vernet, un punto di riferimento prezioso per la pittura paesaggistica ottocentesca, l’iconografia del brigantaggio si forma e si consolida con interessanti esempi già a partire dal Cinquecento.

Sono gli stranieri a lasciarsi colpire dalla vita dei vicoli e delle corti romane, e dalle azioni delittuose, a volte epicamente narrate, dei ladri di strada. I cosiddetti “bamboccianti”, schiera di pittori per lo più fiamminghi e olandesi, con curiosità, ma anche con l’obiettività di uno sguardo disinteressato, riescono ad inserire nei loro dipinti il sapore della realtà della “vita vissuta”, con una pittura di genere fatta al guazzo, all’acquerello, alla sanguigna, che nella campagna romana trova  carattere e motivazione. Una realtà in cui i briganti sono soggetti privilegiati rispetto ai cavalieri, i contadini rispetto ai signori, gli straccioni, le servette e gli ubriaconi rispetto ai nobili incipriati. Nei loro temi prevale il sentimento della realtà quotidiana, spesso dura e violenta, sulla noiosa e scontata futilità della vita di corte. Ma non solo. Dal momento che gli antichi cavalieri andavano sparendo, e con loro venivano meno l’armi e le imprese e la cultura cavalleresca che li accompagnava, era giocoforza rivolgersi alle poche realtà epiche rimaste, come i banditi ed i loro crimini, accompagnati da fatti di coltello, di sangue, di vendetta, di difesa dell’onore perduto.

E’ nell’ambiente colto romano, nella prima metà del Seicento, che  Pieter van Laer (1592-1642), detto il Bamboccio, inizia a dipingere, tratte da appunti di viaggio, scene di vita quotidiana ambientate nelle bettole, nelle botteghe dei maniscalchi, ma anche nei boschi, dove ritraggono gli assalti alle carrozze e le rapine ai danni di inermi viaggiatori. Una galleria di personaggi che si dipana nel mondo degli emarginati e, prendendo proprio da questo sostanza e vigore, tenta di abbattere quel muro di indifferenza, se non di prevenzione e di rigetto, che fino a quel momento aveva ingiustamente, quanto superficialmente, relegato nell’oblio il mondo della violenza, che era spesso conseguenza della miseria e dell’ingiustizia. Se il Caravaggio aveva usato gente di strada e prostitute come modelle dei suoi soggetti, bisogna attendere i primi del Seicento perché un olio del Bamboccio racconti un brigantesco “Assalto ai viaggiatori”, un tema che farà da spunto per l’acquaforte ed acquatinta dell’olandese Jan Visscher. Un tema che verrà ripreso nell’acquaforte “Briganti assaltano dei viaggiatori in carrozza” di Jacob Visscher, un pittore che percorse l’Italia in lungo e in largo e fu a Roma nella prima metà del Seicento, dove lavorò nella raffigurazione di scene di genere.

Gli umili furono anche i protagonisti della tavolozza di francesi e danesi, da Velasquez a Eberhard Keil, da spagnoli come Ribera e Murillo, che si rivolsero all’infanzia vagabonda, come i lazzari e gli scugnizzi del Regno di Napoli. Forse guardando al “Trionfo della Morte” di Brueghel che il bambocciante Jacques Callot (1593-1635) trova nel mondo della strada l’ispirazione per i suoi mendicanti, storpi e relitti di guerre sanguinarie, che non si vergognano di ostentare piaghe, ferite, mutilazioni per ottenere un obolo dal passante. Con “Gli impiccati”, tratta dalla serie di incisioni “Les Misères et les Malheurs de la Guerre” (1633), Callot denuncia senza mezzi termini gli orrori di una giustizia sommaria, che colpisce senza neanche indagare o processare, incurante che, oltre al brigante o al malvivente, potesse incapparvi un ingenuo sprovveduto o chi, comunque, non si era macchiato di colpe tali da meritare una punizione atroce.

Non c’è freno alla voglia di raffigurare l’efferatezza della violenza sociale, e conferma tale  giudizio, il dipinto “Attacco di banditi” del fiammingo Jan Miel (Beveren Waes, 1599 – Torino, 1664), che vede in azione quattro briganti che stanno uccidendo un uomo raggomitolato per terra, sotto gli occhi di una donna implorante. Una linea dura sulla quale si collocano le opere di Johannes Lingelbach (1622–1674), che realizza durante una visita a Roma un “Assalto ad un viandante”. Sono pittori che denunciano particolare talento nel rappresentare crimini e bricconate in opere più interessate agli spunti narrativi che al paesaggio, spesso risolto con pochi tratti, rappresentando soggetti che, pur se in costumi diversi, tradiscono un’origine fiamminga, volendo l’autore, senza preoccuparsi di una fedele ricostruzione, fornire uno stimolo alla riflessione.

In tale quadro si inseriscono i dipinti di Michael Sweerts (1624-1660 ca.), giocati tra luci ed ombre di sapore caravaggesco, in cui l’attenta osservazione della vicenda umana sembra voler mettere a nudo le nostre coscienze. Poco importa che si tratti di un condannato o di altri: l’atmosfera è quella giusta, sia nella sottomessa rassegnazione del carcerato, che per il pietoso conforto dell’uomo che, nel chinarsi verso di lui, sembra quasi volersi accollare parte delle sue colpe per alleggerirgli il pesante fardello. Nello stesso periodo i fratelli Andries e Jan  Dirksz Both disegnano campagne italiane percorse da briganti, ed una delle loro tavole sarà ripresa da John Browne nell’acquatinta “Briganti prigionieri”.

Il pittore italiano che meglio incarna lo spirito di quanti amavano rappresentare l’irregolarità sociale è Salvator Rosa, che tra il 1641 e il 1647 teorizza tale atteggiamento nelle terzine de “La Pittura” e “La Guerra”, spiegando in polemica con i Bamboccianti, che pur aveva seguito in gioventù, che l’arte non può concludersi nel paesaggio o con le nature morte, ma deve seguire la vita, che è natura e passione, individuando in Masaniello un punto di corrispondenza tra la passione individuale e i bisogni del popolo. Nelle sue coraggiose passeggiate in cerca di briganti, con la sua passione per scene di battaglie e di rivolte preparava il superamento del classicismo e in tal senso si può cogliere l’atmosfera preromantica di “Banditi su una costa rocciosa”, ma anche de “Le streghe e gli incantesimi”.

Il Settecento

Il Settecento è animato da una serie di tensioni culturali, come la scoperta della natura madre benigna e formatrice dell’uomo, del popolo come depositario di bisogni, ponendosi le basi del pensiero scientifico moderno. Alla passione per la natura e il sentimento arcadico, si accompagna una pedagogia fondata sulla ricerca dell’antichità in quanto storia che insegna la vita. Il viaggio in Grecia e in Italia diventa un importante mezzo di formazione dei rampolli della facoltosa borghesia europea, ma anche il rimedio al malessere di una gioventù infervorata da ideali di rinnovamento e di ribellione. Non basta più ammirare l’Arno e gli Uffizi, il Colosseo e San Pietro, la tomba di Tasso ed il Vesuvio: occorre entrare nelle taverne di Trastevere, avvicinarsi ai lazzaroni napoletani, partecipare a qualche esecuzione pubblica. Anche l’efferatezza della giustizia colpisce la fantasia degli stranieri, ed ecco l’inglese R. Bridgens che disegna “Una esecuzione capitale a Roma”, inserito nel volume “Sketches illustrative of the manners and costumes of France and Italy”, pubblicato a Londra nel 1822.

Sentir parlare di banditi o, meglio ancora, poter raccontare di essere incappati in qualche vicenda di sangue e averne provato il brivido, stuzzica l’interesse del viaggiatore. Il pericolo passa in secondo piano di fronte all’avventura, l’esotico vale il rischio da correre e a chi non può viaggiare, gli illustratori offrono romantici paesaggi mediterranei, conditi, oltre che da scene di vita popolare, da agguati, assalti, rapine, duelli. La terra dei santi, diventa a tutti gli effetti “terra di briganti”. I mercanti francesi e inglesi sono i più interessati a questo tipo di merce e convincono i pittori a sfidare il pericolo, uscire dalla città, per tentare la sorte di incontrare qualche brigante e poterlo ritrarre dal vero. Le carrozze a lunga percorrenza trasportano scrittori e pittori, i quali danno vita ad una serie di opere che raccontano le difficoltà e le peripezie del viaggio, che, prima di essere intrapreso, prevede rigorosamente la stesura del testamento.

Anche se pubblicata nel 1860 nella rivista “The Art Journal”, di stretto sapore settecentesco appare la xilografia “Attacco di briganti ad una diligenza nel 1750”, dell’inglese G. P. Nicholls. L’espressione di smarrimento dei viaggiatori all’interno della carrozza è visibile sul volto di un soldato che, con la sciabola tra le gambe, sorregge una giovane donna svenuta, mentre una signora sta consegnando la sua borsa. Se una terza donna, impietrita per lo spavento, si raccomanda al Signore, un quinto passeggero cerca invece di nascondere di soppiatto un portafoglio sotto il cuscino, non accorgendosi che, col volto truce e  gli occhi lampeggianti, un brigante a cavallo sta puntando un’arma sui viaggiatori.

Assieme a “La Taverna” di William Hogarth e al “Ritorno dell’ubriaco” di Jean Baptiste Greuze, il genere si diffonde anche in Italia, con “La fiera di Poggio a Caiano” di Giuseppe Maria Crespi, o la serie dei “Pitocchi” di Giacomo Ceruti, mentre Alessandro Magnasco, intorno al 1745, oltre ad una “Refezione di zingari”, descrive “L’arrivo dei galeotti nel porto di Genova”.

Del 1760 sono due animate acquetinte del francese Francois Vivares (Lodève, 1709–Londra, 1780). Nella prima, “La divisione del bottino”, un gruppo di briganti, sul greto di un fiume, in prossimità di una cascata, sta ispezionando il contenuto di alcune casse sottratte a sfortunati viandanti, mentre in “Briganti italiani”, sullo sfondo di un aspro paesaggio roccioso, i briganti attaccano un gruppo di persone, di cui qualcuna fugge, mentre una donna in ginocchio implora pietà. Altra interessante opera è un’acquaforte del 1770, “Briganti”, incisa dall’inglese John Hamilton Mortimer (Eastbourne, 1741–Londra, 1779), nella quale, ritratti con mano morbida, appaiono due maturi e barbuti briganti in piedi, appoggiati ad alcune rocce, in un momento di attesa. Vestiti alla settentrionale, sono muniti di lunghe spade, una alla cintura del brigante in primo piano, l’altra maneggiata con la punta verso il basso dal secondo brigante. I volti pensosi dei due fanno ritenere che, più che intenti a preparare un agguato, potrebbero loro stessi essere appena sfuggiti ad un attacco dei gendarmi, ovvero in sospetto di essere stati scoperti ed inseguiti.

Il pittore George Wille, nell’acquatinta “Fanciulla prigioniera dei briganti”, del 1790, raffigura la movimentata scena della liberazione di una giovane donna da parte di due militari. Un’opera che ci riporta al passato, con una rappresentazione a fini apologetici e dedicatori tipica di alcuni artisti di corte settecenteschi, differente nella motivazione pittorica, rispetto ai Bamboccianti, con la scena unico pretesto per affermare il coraggio del soldato di fronte alla vigliaccheria del brigante. La vicenda vede “Gilet, Maréchal de Logis” che, pur in stato di inferiorità, riesce a ferire i briganti e a metterli in fuga, liberando la ragazza che era stata rapita e legata ad un albero. Un’opera di cui si hanno due differenti versioni di due artisti diversi, sia per quanto riguarda il disegno che la tecnica di incisione. L’una tratta da un dipinto di Pierre Alexandre Wille, incisa dal padre di quest’ultimo, Johann Georg Wille (1715-1808), la seconda da un disegno di A. Borel, incisa da E. Voysard, ed entrambe eseguite al fine di esaltare l’impresa dell’ufficiale, con dedica, in didascalia, la prima a Guglielmo II, re di Prussia, la seconda al fratello del re, conte d’Artois.

In contrasto con la celebrazione del coraggioso ufficiale che cattura il bieco brigante, la trasfigurazione in senso romantico del bandito, sull’onda dei Masnadieri di Schiller e dei romanzi di Von Kleist e di Radcliffe, quest’ultimo diventa il generoso riparatore dei torti ingiustamente subiti dai poveri e dagli inermi. A questa nuova visione, che verrà in gran parte ribaltata dal governo sabaudo in epoca postunitaria, danno un notevole contributo alcuni artisti italiani, in grado di cogliere il momento adatto per offrire mai turisti “souvenir” di costumi popolari. Espressioni artistiche nate dal ragionamento che vede consumatori immediati i borghesi, la nuova classe emergente, che sta crescendo intellettualmente e molto in fretta, accostandosi all’arte forse con occhi non ancora maturi, ma paga e soddisfatta dalla mera lettura del soggetto. Non solo i pittori, ma anche romanzieri, drammaturghi e musicisti, imparano a scegliere gli argomenti che la borghesia si aspetta, e tutto sommato si merita, una tendenza che si andrà sempre più consolidando con l’incedere della società “di massa”, fino al grande successo dei cosiddetti romanzi d’appendice. Ricchi di figure, a puntate, soprattutto conditi con storie drammatiche e truculente, col fascino della suspence, ad essi si affiancano le copertine parlanti dei settimanali illustrati, per finire al fumetto, che, oltre alla didascalia, sovrapporrà alla scena la nuvoletta con la scrittura del parlato.

“Er pittor de Trastevere”

In Italia, maestro della pittura a soggetto brigantescho dei primi decenni dell’Ottocento resta Bartolomeo Pinelli (Roma, 1781-1835). Mescolando una notevole dose di classicismo ad una vena romantica, produce figure che incarnano la risultante pittorica dei canti epico-lirici che venivano sparsi narrati dai cantastorie, rappresentando il versante grafico della mitizzazione fatta dai poeti popolari. Operando un parallelo tra le guerre per la fondazione di Roma e l’epica del brigantaggio, Pinelli, nelle sue opere, incarna l’esaltazione del coraggio e della libertà d’azione, il carattere intrepido dei masnadieri che perpetua la grandezza dei latini, siano essi gli eroi di un tempo arcaico o i legionari in marcia verso terre e contro popoli sconosciuti.

Si dà anima e corpo a disegnare scene di vita brigantesca in un album cartonato dal titolo “Briganti”, sedici stampe di cm. 29×42, edita dalla Tipografia Rossi di Roma nel 1818. Segue nel 1822 la cartella “Costumi e fatti dei Briganti che infestano le campagne degli Appennini fra Roma e Napoli”, tirato in pochi esemplari per ordine del conte Nicola di Gourief, e contenente 25 tavole incise all’acquaforte i cui “rami” vengono inviati in Russia. Un album che, in una serie di incisivi fotogrammi riferiti a fatti che non richiederebbero alcuna didascalia, tanto la loro chiarezza, rappresenta scene di brigantaggio con un crudo verismo. Diversamente, altre sedici acqueforti con scene di briganti, facenti parte della “Nuova Raccolta di Cinquanta Costumi De’ Contorni di Roma compresi diversi fatti di Briganti”, disegnati tra il 1819 e il 1822 e pubblicati nel 1823 presso l’editore Giò. Scudellari di Roma, vengono inserite in un contesto più generale di costumi locali, eseguite in maniera più descrittiva ed accattivante, anche perché destinate ad un pubblico borghese che avrebbe meglio apprezzato la mitigazione degli eventi.

La didascalia ai piedi di ogni stampa riporta in questo caso la precisa puntualizzazione del fatto narrato, con la dovuta spiegazione. A soggetti di tipo familiare (Famiglia di briganti, Famiglia brigantesca), o semplicemente di genere (due figure di Briganti) oppure di semplice ambientazione (Briganti sorpresi da un turbine), altri danno indicazioni più precise sulla provenienza degli stessi (Brigante di Sonnino e sua moglie, Briganti di Sonnino, Briganti nella Provincia Romana verso il Regno di Napoli). Altre costituiscono vere e proprie sequenze che danno il senso temporale dell’evento, con una serie di istantanee (Briganti avvertiti che si avvicina la forza per sorprenderli, Briganti sorpresi dalla forza armata, Briganti assaliti dalla forza armata), oppure ad un rapimento ai fini di ricatto e discussioni sulla divisione del bottino (Frascatana rapita dai briganti, Briganti contando il denaro rubato, Lite di briganti).

Un anno fortunato e faticoso se vedono la luce altre dieci tavole, che costituiscono la “Raccolta de’ fatti li più interessanti eseguiti dal Capo Brigante Massaroni per la strada che Roma conduce a Napoli, dall’anno 1818 fino al 1822”, in una cartella stampata anche a Londra utilizzando gli stessi rami, con traduzione in inglese della scritta che caratterizza ciascuna acquaforte. La raccolta, dedicata a  episodi della vita del brigante Massaroni di Vallecorsa, riporta in basso un esteso commento dell’episodio rappresentato, che serve ancor di più a far calare il pubblico, quasi didascalia di un filmato cui manca il sonoro, nella vita esaltante ed allo stesso tempo drammatica del protagonista. La figurazione del Pinelli va di pari passo con la cartellonistica usata dai cantastorie. Pinelli cerca di costruire un poema epico del brigantaggio, ma non gli basta disegnare, vuole spiegare il fatto connotando ogni episodio di dettagli e spiegazioni, attraverso chilometriche didascalie.

Le vicende narrate si riferiscono ad episodi in genere autonomi l’uno dall’altro, alcuni dei quali con indicazione del mestiere della vittima (Un colonnello Tedesco arrestato da Massaroni è portato sulla montagna e costretto a scrivere un biglietto di duemila scudi, per essere posto in libertà – Andrea Baldini giojelere di Roma fugge con altri suoi compagni dai Briganti, mentre questi si battevano con li carabinieri, vestiti alla Cacciatora –  Il Marchese Brignola di Genova, portato sulle Montagne da Massaroni capo brigante, è tenuto per quattro giorni fino a che furono portati duemila scudi per riscattarlo). In altri si fornisce l’ulteriore indicazione del luogo dove è avvenuto il crimine (Una Giovane Ballerina mentre andava in Napoli viene rapita a Portello da Massaroni, il quale ritenuta seco quindici gironi fu lasciata in libertà – Due pensionati francesi paesisti lasciati in camicia da Massaroni nelle vicinanze di Genzano – Massaroni rapisce la figlia di un possidente di Monticelli che gli aveva negata per sposa. La ritiene quattro giorni con se e poi la rimanda dai suoi genitori). Due tavole riguardano l’irruzione nel Seminario di Terracina (Li monaci Camaldolesi portati da Massaroni sulla montagna gli viene fatti di fuggire, mentre li Briganti si battevano con i tirolesi, trasportando con loro un frate ferito – Una terza vittima dei Collegiali era per essere sacrificata, ma Massaroni vendendolo abbracciato alle sua ginocchia, ne impedisce l’uccisione e la mette in libertà). Le ultime tavole riguardano la fine di Massaroni (Massaroni con li suoi Compagni sono sorpresi dalla forza, mentre erano in Monticelli, facendo un Festino in allegria – Essendo stati uccisi li Compagni di Massaroni, e il medesimo ferito a morte, viene preso dalla forza e condotto alle carceri, il quale dopo due giorni morì e la sua testa fu portata in Napoli).

La didascalia delle acqueforti tradisce un linguaggio letterario che tende a sovrapporsi a quello pittorico, precisando in un esteso commento le caratteristiche dell’evento narrato, con didascalie, scritte con pedante pignoleria, dove  nulla è lasciato all’interpretazione, tanto sono esplicite e plastiche, e che conferiscono alla rappresentazione il valore della cronaca esatta dell’evento, alla stregua di un reportage giornalistico. Soluzioni riprese in seguito, nella seconda metà dell’Ottocento, nelle ben note copertine di settimanali quali “La Domenica del Corriere” e de “La Tribuna Illustrata”. Con un pubblico di acquirenti formato da una borghesia digiuna di grande cultura, sopratutto stranieri malati di esotismo ma di scarsa formazione critica, gli episodi di brigantaggio del Pinelli vanno a ruba e, per un prezzo adeguato, gli stranieri attirati dal “Bel Paese” possono portare a casa un souvenir pittoresco, in grado di accendere la fantasia di parenti e amici, oltre a fare buona mostra su qualche parete della casa. Pinelli offriva loro tutto questo, con immagini di briganti dallo sguardo fiero e passionale, nei panni di semidei rubati alla figurazione classica unita al romanticismo delle pose languide e imploranti della dame prigioniere. L’azione in progressione, gli abbigliamenti abbelliti da nastri, foulard ed ornamenti, era quello che ci voleva, e il sor Meo, come lo chiamava il Belli, non ne faceva mistero.

Anche il figlio, Achille Pinelli (1809-1841), legato ad uno stile aperto a suggestioni puriste, non dimentica la lezione del padre, dedicandosi con grande passione a realizzare incisive acqueforti e delicati acquerelli trattando gli stessi temi, tra cui ricordiamo la “Fucilazione in Piazza Santa Maria in Cosmedin” e “Briganti Carcerati”, opere in cui il brigante viene trattato dall’artista sempre con rispetto, indulgenza e passione. Un acquerello del 1832 di Achille Pinelli vuole ricordare il padre, mostrando “Vari costumi di Sonnino, albanese, ciociara, romana, nel momento che vengono disegnati da Bartolomeo Pinelli alla presenza di briganti”.

Sulla scia dei Pinelli

Numerosi i seguaci e gli imitatori dei Pinelli, trai più noti dei quali, oltre Filippo Ferrari,  Tommaso Cuccioni, di cui si ricorda la “Divisione del bottino” e “Una famiglia di briganti”, Godefry Engelmann nell’acquaforte acquerellata “Due gendarmi che si fanno indicare da una donna dove ha visto allontanarsi i briganti”, e D. Lindou nelle cui seppie sono raffigurate scene brigantesche. Altro seguace è Salvatore Marroni, che, nella serie “XXX Costumi di Roma e suoi contorni” inserisce l’acquaforte “Brigante convertito depone le armi davanti alla Madonna”, mentre nel 1839 realizza un ritratto di “Antonio Gasparone con sua moglie Gertrude”. Nello stesso anno appare un acquerello col medesimo soggetto, opera di F. Raggi, mentre F. Marroni dipinge l’acquerello “Brigante di Sonnino”, visto di spalle. Infine da Domenico Landini abbiamo una suggestiva scena brigantesca nel dipinto “Quanto de’ bruti è più feroce l’uomo!

Sempre sulla scia artistica dei Pinelli, soprattutto nel Meridione, i migliori interpreti si ebbero in Cerroni, D’Amore, e soprattutto Michela De Vita. Una iconografia di carattere romantico che ritroviamo ancor più esaltata nelle opere di Domenico Cuciniello, Giuseppe Bianchi, Gaetano Dura, Francesco Corsi, Giovanni Battista Gatti, per i quali viene compenetrata, più che contrapposta, la scelta della vita “alla macchia” con la ricerca disperata di un perdono se non una conversione in punto di morte.

Come illustratore lavora anche Francesco Corsi, che, in termini più stilizzati, realizza “Sisto V che travestito scopre i briganti”, litografia acquerellata del 1840, “Fra’ Diavolo che sbarca a Sperlonga” e “L’assalto dei gendarmi ad un villaggio occupato dai briganti”. Collaborando alla illustrazione di monumentali opere geografiche, lo “Zuccagni Orlandini” (Firenze, 1845), realizza alcune tavole tra cui il “Varco dei briganti a Roccabigliera”, per la stamperia di Vincenzo Stanghi.

Il ravennate Luigi Rossini, considerato imitatore del Piranesi, ci lascia un’acquaforte che in qualche modo richiama anche il Pinelli, in una pittura che inserisce le azioni brigantesche accanto ad antiche vestigia romane, il “Testamento di Aulo Quintilio scolpito sulla rupe del Monte Ferentino”. In una strada di campagna sovrastata da rocce e dal monumento funebre, si stanno per affrontare briganti e militari, ma il tempo e l’immensità sovrastano talmente gli eventi, da rendere meno significativa l’azione. Andare sui monti a dipingere briganti è una moda invalsa dai tempi di Salvator Rosa, pittore e poeta seicentesco, al quale L. Poggiali e G. Migliora dedicano nel 1837 l’acquaforte “Vagando Salvator Rosa in giovanile età per i monti dell’Abruzzo è colto dai masnadieri che lo costringono a vivere per qualche tempo con loro”.

Il tema del ferimento, della confessione e della morte sono all’ordine del giorno. Interessante al riguardo il dipinto “Brigantessa ferita”, olio su tela del 1837 di Luigi Rocco, conservato negli appartamenti del Palazzo Reale di Napoli, in cui l’artista, di formazione neoclassica e particolarmente felice nei temi storici, rivela l’ipostazione morale derivata da Robert, in una composizione in cui la donna del brigante, che ha combattuto insieme al suo uomo ed ha ancora in grembo una cartucciera slacciata, in punto di morte rivolge gli occhi al crocifisso che un frate le porge, mentre il brigante che la sorregge rimane assorto ed un’altra donna, inginocchiata, tiene le mani giunte in atto di preghiera, in una scena i cui ricchi abiti e la generosa scollatura riportano al melodramma. Nel dipinto ad olio “Brigante ferito”, del napoletano Paolo De Albertis, la plastica rappresentazione mostra una donna che cerca di consolare religiosamente, se non di redimere, il suo uomo ferito ad un ginocchio, indicandogli l’immagine della Madonna appesa alla parete di una grotta: ma il brigante, che tiene il fucile stretto tra le braccia, sembra distrarsi, soffermandosi a guardare altrove. La scena è diventata più realistica e gli stessi abiti fanno pensare ad una stagione più avanzata dell’Ottocento.

Una scena di sequestro e di rapina rivive nel grande dipinto “Agguato di briganti”, di Pandolfo Reschi, che raffigura il momento dell’irruzione di una banda di briganti, appostati in un passaggio tra le rocce sui monti, che assalgono un signore a cavallo, mentre un suo accompagnatore sta fuggendo al galoppo, inseguito dalle schioppettate di due briganti, e altri tre briganti stanno invece perquisendo un terzo personaggio, fatto smontare da cavallo. Mentre intorno c’è l’oscurità, la scena centrale è ben illuminata da un fascio di luce proveniente dall’esterno del passaggio tra i massi rocciosi, che formano in quel punto un arco, sotto il quale due briganti tengono fermo il cavallo bianco sulla cui sella il nobile chiede pietà.

Piero Sani realizza il dipinto “Briganti in agguato”, mentre A. Tiratelli dipinge un “Capo brigante in posa”, opere molto ripetute da numerosi imitatori. Ma il romanticismo sta per tramontare ed è forse Ferdinando Fontana, con l’epica ricostruzione “Soldati pontifici e masnadieri sulle montagne di Frosinone”, uno degli ultimi autori legati ad una visione mitizzante del brigantaggio. Cosa che a breve, con l’Unità d’Italia, non sarà più. Nel frattempo la scuola napoletana si faceva ricca di messaggi sociali. Nel 1856 Giovan Battista Calò dipinge “Brigante e figlia”, nel quale la tenerezza dell’uomo verso la bambina che gli sta a fianco contiene una aperta denuncia delle ragioni sociali e del senso perduto d’umanità.

Il “Grand Tour”

Se nel Settecento il Grand Tour, attraverso le città della vecchia Europa veniva sentito da ogni intellettuale come un bisogno esistenziale, è nell’Ottocento che diventerà un sorta di abito mentale, poiché tale viaggio, confidava lo scrittore Samuel Rogers all’amico George Byron, “ci restituisce in sommo grado quello che noi abbiamo perduto”. Una delle mete più ambite era Roma, anche se, secondo  Hippolyte Taine non era altro che “una città di provincia mal tenuta” e per lo storico americano Henry Adams addirittura “il vizio più violento del mondo”. Ad onta di ciò, chi veniva nella città eterna alla ricerca di basiliche, palazzi, piazze, passeggiando tra i melanconici ruderi, oltre a ricordarne le antiche storie, rimaneva affascinato dal popolo che vi abitava, con i suoi costumi, usanze e tradizioni.

E proprio nei “briganti”, più che in altre categorie del cosiddetto “popolo basso”, i viaggiatori vedevano una tipologia di soggetti degna di essere immortalata dalla penna, o con la matita ed il pennello. L’artista, vero e proprio reporter di prima linea, incurante del pericolo, ne ricercava l’incontro, per avere delle visioni dal vero, e per fissarne romantiche e brutali situazioni ed emozioni. Tanto è vero che la viaggiatrice…………… nel………. , si lamentava di “aver viaggiato attraverso il passo della Somma e di non aver visto nemmeno un brigante, neanche nella zona della Cascata delle Marmore dove ……………”. In realtà le occasioni di incontri ravvicinati non dovevano veramente mancare, quando si viaggiava verso Roma, o se, abbandonate le mura Aureliane, ci si avviava lungo le consolari verso la campagna ed i vicini monti per dirigersi verso Napoli. Una serie di  percorsi che offrivano, oltre all’incognita del viaggio, con tutto ciò che di piacevole e di faticoso lo contraddistingueva, anche l’alea del rischio e del pericolo, che lo rendevano emozionante, a cominciare dall’Appia, “regina viarum”, un artiglio teso verso il profondo Sud, una terra notoriamente infestata da bande di briganti.

Una volta tornati nella loro terra d’origine, questi esploratori ricavavano dai loro appunti di viaggio una serie di incisioni per album illustrati, che editori e tipografi stampavano in grande formato, allo scopo di trasmettere ai lettori le stesse emozioni provate dall’artista. La lettura complessiva di queste opere in forma di reportage, mostra quasi sempre il brigante rappresentato con piglio eroico, mentre incede con passo sicuro e scruta con occhio torvo l’orizzonte. Talvolta in azione, altre volte in posa. Se non nasconde la propria crudeltà, emerge la visione romantica del personaggio, per cui, con i tratti somatici addolciti, il brigante diventa generoso, fino ad apparire una sorta di eroe mitologico, capace di difendere i poveri e raddrizzare torti ed ingiustizie.

Ai briganti, come soggetti meritevoli di essere immortalati sulle tele o sulle incisioni, dalle xilografie alle litografie, alle più pregiate acqueforti, non rimasero indifferenti molti degli artisti stranieri che visitarono l’Italia nell’Ottocento, e che riuscirono ad immortalarne le gesta. Tra questi ricordiamo Jean Baptiste Isabey (1767–1855), Louis Pierre René Demoraine, Martin Verstappen (1773-1853), Pierre Theodore Colson (1805-1877), Hjalmar Morner, P. Van Hanselaere, Jean Jacottet, Marie Gabrielle Coignet.

Nel primo Ottocento si ha una vera valanga di disegni e pitture di genere brigantesco. Elisabeth De Bon, rientrata a Parigi dopo un soggiorno in Italia, dà alle stampe per l’editore A. Eimery, verso il 1820, “Le voyageur moderne, ou extrait des voyages les plus récents, dans le quatre parties du monde publiés en plusieurs langues et ornées de 36 gravures de costumes”, in cui una incisione rappresenta un “Brigante calabrese”, probabilmente Francatrippa, brigante di epoca napoleonica, il cui nome ricorre più volte nella narrazione. Nella tipica iconografia che persisterà in tutto l’Ottocento, è raffigurato col cappello a cono, un lungo mantello nero, i calzari, il fucile tenuto per la canna, la cartucciera, due pistole alla cintura e l’immancabile pugnale. E’ una visione della Calabria che si ritrova in parecchi romanzi ambientati in quelle terre, come ad esempio nel romanzo di Bartolomeo NardiniLes exploit set les amours de Frère Diable”, pubblicato a Parigi nel 1801, il cui primo capitolo ha come titolo “Costumi violenti della Calabria”, definita come “una delle contrade più barbare dell’intera Europa”. Un volume che in antiporta mostra una rappresentazione assai improbabile di Fra’ Diavolo, in abiti da corpulento monaco, con fucile e baionetta a tracolla.

Tante sono le opere di artisti romantici che ritraggono banditi, collocandoli spesso in luoghi di fantasia. Sempre nel 1820 Francois Bellay ritrae il brigante “Mazzocchi”, un disegno che diventa litografia ad opera di Charles Etienne Pierre Motte. Dello stesso periodo è il dipinto di Lecurieux titolato “Nelle mani dei briganti”, che raffigura una coppia prigioniera di una banda, da cui è E. Ollan a trarre una litografia. Ancora nel 1820 Clark realizza delle acquetinte, tra cui “Briganti in riposo nei pressi di Guadagnolo” e “Contadini alla ricerca dei banditi”. Nelle sue “Passeggiate Romane”, Stendhal ricorda “un quadro dello Schnetz”, raffigurante un “Pecoraio sgozzato per non aver voluto dare un capretto ai briganti”.

Nel 1822 Jean Baptiste Isabey realizza la litografia “Briganti sulla via di Napoli”, mentre nel 1823 esce il reportage “Un an a Romee et dans ses environs”, dove appare anche la litografia “Brigands”, di Antoine Jean Baptiste Thomas (1791-1834). Valente pittore oltre che incisore, pensionato dell’Accademia di Francia a Roma durante il pontificato di Pio VII e di Leone XIII, subì il fascino della città e della campagna romana, nello splendido volume edito a Parigi, inserisce, oltre alle quattro tavole dal titolo Galériens, Le Somaro, Le Cavaletto e Le Condamné a Mort, una bella litografia a colori dedicata ai briganti, colti nel loro covo ricavato alla meglio in una grotta nei pressi di Sperlonga.

Un altro Thomas, Karl Gustav Adolf Thomas, realizza l’incisione “Donna che prega per il brigante convertito”, mentre di un altro fiammingo, Paul van Brèe, è l’olio del 1826, “Nel covo dei briganti”, nel quale, in primo piano, un uomo e una donna sembrano posare per il pittore, mentre soppesano un gruzzolo di denari e alle loro spalle un terzo costringe un monaco domenicano a scrivere la “lettera di ricatto”. Di Henry Lévéque è l’acquerello raffigurante “La donna del brigante”, che ricorda in qualche modo Robert, nonché Emile Vassalle, autore di “Costumi calabresi”.

Ite Missa Est” è il titolo della litografia incisa da De Jobard su disegno di Madou per il volume, edito a Bruxelles nel 1829, “Tablettes Napolitaines et Romaines”, scritto da Joseph Hyppolite de Santo-Domingo. Soggetto dell’incisione è quello tipico dei briganti che, prima di compiere le loro tristi imprese, ricevevano la benedizione da qualche sacerdote connivente o aggregato alla banda. Il pittore aveva soggiornato in Italia ai tempi del sequestro Moens, e ironizzava sull’atteggiamento del ricco inglese, che aveva mostrato simpatia per il capo brigante Manzo. Santo Domingo distingue il brigantaggio napoletano, dal romano e dal calabrese. Quest’ultimo, sebbene più violento e selvaggio, rispetto ai “devoti” laziali, rispettano una loro legge. Si chiede: “Quale patrimonio, quello di S. Pietro o quello del Reame di Napoli, ha più diritto al titolo di terra promessa del brigantaggio?” Con una ironia tutta particolare, Santo-Domingo scrive che la storia del regno di Napoli è quasi interamente una storia di briganti, i quali peraltro, non facevano altro che ricalcare la condotta dei loro sovrani, desiderosi questi ultimi ed intenti solo distruggere gli effetti del brigantaggio, ma non le cause.

Robert, Vernet, Eastlake

Sarà peraltro Léopold Louis Robert (1749-1853) il fedele interprete dei costumi e delle scene popolari, con uno stile classicheggiante che ricorda la lezione di David. Visse a lungo in Italia dove progettò un ciclo di opere dedicate, di cui famose quelle ispirate alle quattro stagioni, ambientate in altrettante regioni, di cui realizzò soltanto la Primavera, con “Il ritorno dal pellegrinaggio della Madonna dell’Arco”, e il più celebre dipinto dedicato all’Estate, “L’arrivo dei mietitori nelle Paludi pontine”. Pittore attento alla impostazione scenografica ed al posizionamento dei personaggi, si occupò, a differenza del celebrativo David, di figure umili e della quotidianità popolare. Artista sensibile e malinconico, al punto di morire suicida a causa di una disperata passione per la principessa Carlotta, figlia di Giuseppe Bonaparte, non rimane indifferente al richiamo delle imprese dei briganti, ai quali dedica diversi quadri, riuscendo ad interpretarne, oltre all’aspetto fiero e sprezzante, la struggente solitudine che li dominava.

L’ispirazione per tali composizioni sembra derivasse proprio dalla politica repressiva di papa Leone XIII, che vedeva aumentato in modo preoccupante il fenomeno brigantaggio sotto il suo predecessore, tanto che Pio VII era arrivato ad arrestare gli abitanti di Sonnino, rinchiudendoli in un edificio delle Terme di Diocleziano, trasformato in bagno penale, con la volontà di radere al suolo quel paese, evento scongiurato anche per l’intervento del canonico Del Bufalo, il futuro San Gaspare, che appoggiò la petizione popolare di perdono. Autorizzato dal cardinale Tommaso Bernetti, segretario di Stato, Robert poté studiare da vicino i briganti imprigionati, rimanendo colpito dai loro volti e dai loro costumi, immortalandoli in dipinti quali il notissimo “Donna di brigante che veglia il sonno del marito”, del 1821, replicato numerose volte.

Nel 1824 realizza “Brigante della Campagna romana”, “Famiglia di briganti in una grotta mentre la donna si orna di oggetti rubati ai viaggiatori”, “Famiglia di briganti in allarme”, “Brigante con la moglie in cammino”, “Brigante italiano che veglia il sonno della moglie”, un quadro in cui il pittore inverte le parti e, mentre la donna, con appesa alla cintola la grande chiave di casa, dorme distesa su un masso, il brigante, con cappello a cono, orecchino d’oro, mantello  e l’inseparabile fucile tra le gambe, tiene in braccio il figlioletto in un “fasciatore”, guardandolo teneramente. La presenza quasi costante di una donna accanto al brigante testimonia il fatto che quest’ultimo è socialmente riconosciuto, in quanto ha dei figli, una casa, un campo, greggi; il tutto  affidato alla sposa, mentre sono alla macchia, chiamati al brigantaggio da un desiderio irresistibile. Del 1831 è “Brigante napoletano”, di cui Frey esegue una incisione litografica, mentre il dipinto “La donna del brigante”, realizzata nel 1844, è ripreso per una tavola litografica dall’inglese John Outrim: la donna, con le immancabili ciocie e il fazzoletto sulla testa, mentre ai suoi piedi dorme la figlioletta con un altro figlio disteso dietro di lei, fissa l’orizzonte, in attesa del suo uomo.

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Sulla scia del filone robertiano, diversi pittori continuarono ad esaltare le imprese dei briganti. E proprio da Robert, come da T. Allam  attingono Charles Joseph Hullmandel per gli acquerelli “La famiglia del brigante” e Charles Gleyre (1806-1874) per i suoi “Briganti romani”, conservato al Louvre. Un ritratto de “Il brigante Massaroni e la sua moglie Maria Grazia” viene realizzato da Henry Health.

Nel 1827 Gaston Raymond Monvoisin realizza l’olio “Briganti in sosta”, da cui Francois-Seraphin Delpech trarrà la relativa litografia. Nello stesso anno la stamperia Cuciniello e Bianchi pubblica l’incisione “Briganti”, di Karl Gustav Hjalmar Morner, e il “Brigante alla macchia”, un disegno di F. Wenzel dal dipinto di P. van Hansalaere. Nel 1829 è Wilhelm Gail a realizzare la litografia “La moglie del brigante fuggendo in un sepolcro antico” e il “Capo dei banditi preso dai pecoraj”. Sono gli stessi anni in cui opera Louis Pierre Demoraine, e da un olio di quest’ultimo, che ha per soggetto un brigante calabrese, Adrien Charles Danois trae nel 1830 una litografia, per realizzare poi, in quello stesso anno, una serie di costumi con briganti calabresi e lazzaroni.

Sempre nel 1830 Charles Mc Farlane pubblica “The lives and exploits of banditti and robbers in all part of the world”, nel quale inserisce sedici tavole con episodi di brigantaggio. Si tratta di uno dei primi volumi interamente dedicati al brigantaggio, un’antologia che va dai tempi di Marco Sciarra fino al 1830, compilata dall’intrepido viaggiatore scozzese, le cui tavole rappresentano episodi legati, tra gli altri, ai nomi di Fra Diavolo, Francatrippa, Vardarelli e Benincasa.

Nel 1833 H. Burkel dipinge l’olio “Trasporto di briganti sull’Appia antica”, opera dalla quale Julius Giere, incisore di Hannover, trarrà un acciaio. Interessante l’autocitazione di Achille Jacques Deveria nell’acquaforte a colori “Il pittore Deveria mentre dipinge il brigante e la sua donna”. Più realistico il francese Pierre-Theodore Colon che nel 1836 ci consegna l’olio “Briganti in attesa della diligenza da assalire”. Un tema che torna con frequenza in S. Buseetil, il quale alla maniera di Thomas replica più volte il soggetto dei “Briganti avvisati da una loro donna”, e dei “Briganti avvisati da una loro donna dell’arrivo dei gendarmi”. Al 1842 va ascritto il “Brigante addormentato” di William Meadow, da cui Arthur Abbott trarrà un acquerello.  Lo scultore parigino Thoedore Martin Herbert realizza nel 1845 un bronzo raffigurante il “Capobrigante che istruisce il figlio”, nel quale il giovane stringe nelle mani un fucile, mentre il padre, armato di pistola, gli indica un luogo indefinito dove appostarsi.  Una coloratissima litografia di Henry Gosselin descrive un “Combattimento dei briganti contro i soldati del papa”. Agli stessi anni è da ascrivere un disegno di J. Laughton, “O la borsa o va vita”, opera riprodotta da Gustave Mercier per lo stabilimento litografico del londinese Hullmandel.

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Assai prolifico sul tema dei briganti fu il direttore dell’Accademia di Francia a Roma, Emile-Horace Vernet (1789-1863), il quale si distinse dalla grafia pinelliana per un alone di romanticismo che riesce a stemperare la freddezza neoclassica, inaugurando una stagione di opere dedicate al brigantaggio col suo notissimo “Route de Naples”, che descrive alcuni briganti in agguato sulla strada che porta a Napoli, eseguito nel 1820 e che verrà riprodotto per una tiratura litografica da Francois Saeraphin Delpech.

Vernet è l’autore di un movimentatissimo “Scontro tra briganti e gendarmi”, che verrà ripreso da due incisori, Henry Dowe e David Lucas in due grandi acqueforti, nonché di un altrettanta imponente, affollata e scenografica “Confessione di un capo brigante”, realizzata nel 1844, dove l’uomo, al centro della scena, riceve l’estrema unzione su un carro da un domenicano. Intorno soldati e civili uniti in preghiera. L’opera, che vede sullo sfondo, tra boschi e dirupi, un tempio greco, un acquedotto romano ed una chiesetta, venne ripresa in una incisione da Jean-Pierre-Marie Jazet.

Di Vernet l’archetipo del brigante in posa, ripreso successivamente da una serie di pittori italiani come Filippo Ferrari, Salvatore Marroni, Michela De Vito, fino al Cottafavi, i quali apportarono lievi modifiche alla figura del brigante, ritratto seduto o in piedi. Non sono estranei a questo filone alcuni fiamminghi, come l’olandese Martin Verstappen, che trascorse alcuni periodi in Italia, e nel 1838 dipinge un “Paesaggio italiano con briganti”, dove sono raffigurati una decina di uomini intenti  spartirsi il bottino in una radura campestre, incontaminata e contornata di alberi secolari.

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Oltremodo interessante, sia per la qualità pittorica, che per l’introspezione psicologica, le opere dell’inglese Charles Lock Eastlake (1793-1865), che fu anche presidente della “Royal Academy of London” e primo direttore della “National Gallery”. Tratto da un suo disegno è l’opera “Il riposo del brigante”, litografia di Jean Pierre Marie Jazet (Parigi, 1788 – Yerres, 1871), nella quale il capobanda sta dormendo mentre uno dei suoi monta di guardia. Il fucile ed il cappello a cono sono a terra, vicino ad alcuni libri e ad una cassetta piena di stoffe e collane, mentre la sua donna lo guarda con dolcezza e rassegnazione al tempo stesso, stringendo una collana tra le mani.

L’impressione litografica “Famiglia contadina prigioniera dei briganti”, di Edward Smith, artista inglese attivo tra il 1823 al 1851, è tratta anch’essa da un dipinto di  Eastlake, stampata da Hornwood & Watlans. La rappresentazione scenica, alquanto ricca, mostra in primo piano, un brigante, che tiene il fucile per la canna e con due pistole alla cintura, di guardia alla sventurata famiglia. I due contadini, angosciati perché sentivano la figlia osservata dal brigante, restavano l’una seduta tenendo le mani giunte, quasi come pregando, tenendo in braccio un bambino, con la figlia è adagiata ai suoi piedi, mentre il marito, anch’egli seduto, tiene una mano sul volto. Anche il loro cane, rannicchiato a terra, sembra comprendere la situazione. Sullo sfondo tre briganti stanno facendo bisboccia con un barilotto di vino.

Il “réportage”

Nell’incisione litografica “Calabre”, di Louis Vassalle, inserita nel volume “Panorama des peuples. Lectures illustrées.”, a cura di Alfred Vanaud, stampato a Parigi presso l’editore Fourmage, con immagini prese dal D’Aubert, troviamo che sacro e profano vanno a braccetto. E se nell’immagine del bandito, assorto a contemplare l’immagine della Madonna, vi è un figlioletto addormentato, con accanto una donna religiosamente inginocchiata, la presenza del trombone tradisce i reali sentimenti dell’uomo, pur inducendo a qualche attimo di riflessione.

L’opera in due volumi “Protestant Vigils or Evening Records of a Journey in Italy in the Years 1826 and 1827”, edito da Harriet Morton a Londra nel 1829 presso R.B. Seeley e W. Burnside, oltre a segnalare numerosi briganti lungo la via Flaminia e lungo l’Appia nei dintorni di Terracina, presenta due belle tavole dedicate ai briganti, vere e proprie cartoline ricordo, tanta è curata la ricerca dei particolari.

Nel suo volume “Italy: a poem”, stampato con gran successo a Londra da T. Cadell & C nel 1836, ristampato a Parigi nel 1840 (Baudry’s European Library), quindi nel 1842 da Edwards Moxon, con 55 graziose xilografie, il poeta Samuel Rogers (1763-1855) dedica un intero capitolo ai “Banditti”, riferendo, nel successivo “An adventure”, un episodio di brigantaggio. I fatti narrati risalgono al 1814 e al 1820, quando Rogers, in compagnia di Byron e Shelley, si avventurò in questi viaggi. Il libro era considerato all’epoca una vera e propria guida turistica in versi dell’Italia, arricchito con incisioni di Thomas Stothard, Dan Allen e R.A. Turner, artisti anch’essi che disegnarono dal vivo. Nella xilografia “Agguato vicino alla cascata”, sono rappresentati tre briganti, due seduti ed uno sdraiato, in attesa dell’arrivo di qualche viandante lungo una strada nei pressi di una cascata, che scende vicino ad un antico ponte.

L’inglese William Brockedon (1787-1854), nell’opera “Road-Book from London to Naples”, stampata a Londra nel 1835 da J. Murray, che dedica una suggestive tavola incisa da E. Finden a Terracina, terra di frontiera, con un “Brigante prigioniero”, trascinato in catene da due guardie. Thomas Allon inserisce nel volume “Character and Costume in Turkey and Italy”, edito a Londra, una patetica ma efficace “The brigand family – Sonnina”. Altro instancabile viaggiatore, Edward Lear (1812-1888), che nel volume “Illustrated Excursions in Italy”, stampato a Londra nel 1846, inserisce una litografia, delicata come un acquerello, rappresentante il paese di “Sonnino”, che si staglia sullo sfondo, mentre numerosi paesani si affrettano al rientro, nei loro tipici costumi, che ricordano le acconciature brigantesche.

Dopo aver seguito il padre in numerosi viaggi in Europa, Arthur John Strutt (1819-1888) si stabilisce per un lungo periodo a Roma e nel 1838, spinto dal desiderio di nuove esperienze, effettua un lungo viaggio in Calabria e Sicilia con l’amico e poeta William Jackson. “Uomo insigne per impegno, umanità ed arte” ricorda, a Roma, l’epitaffio sulla sua tomba al cimitero del Verano: “alto, prestante, coraggioso, armato solo di un sacco da montagna e di un bastone dalla punta di ferro, con l’inseparabile album per disegno percorse centinaia di chilometri non perdendo occasione per riprendere animali e uomini dei posti visitati e scene di vita”. Raccolti i suoi ricordi, nel 1842 l’editore T.C. Newby di Londra stampa il volume “A pedestrian Tour in Calabria and Sicily”, con gli episodi più significativi accompagnati da delicate incisioni tratte dai disegni eseguiti durante il viaggio. Nell’incisione in antiporta del volume, “Wives of the brigands, visiting their husbands in prison”, la prigione di un paese, durante la visita delle mogli ai briganti albanesi carcerati, forse gli stessi dai quali lo scrittore era stato aggredito a Caraffa, nei pressi di Catanzaro.

Subito, davanti ai nostri occhi, quelli afferrarono  i nostri zaini, li vuotarono o ognuno si impadronì di ciò che poteva, mentre altri, stringendoci dappresso, si diedero a percuoterci con le zappe e le impugnature delle accette. A stento potreste immaginare la ridda di pensieri che fanno ressa in un simile frangente. Mamma cara, pensai a tutti voi e mi chiesi chi ti avrebbe mai portato la dolorosa notizia, o se mai avresti potuto venirne a conoscenza. Devo anche confessare la mia grande sorpresa nel rendermi conto che avrei dovuto lasciare questo mondo così presto, prima che, così mi pareva, avessi avuto il tempo di forgiare il mio carattere interiore ed operare quella scelta tra il bene e il male, unica ragione per la quale veniamo al mondo”.

Dal volume “Sketches illustrative of the manners and costumes of France and Italy”, pubblicato a Londra nel 1822, è tratta una acquatinta di R. Bridgens dal titolo “Una esecuzione capitale a Roma”, in cui una suggestiva scena mostra il condannato, con il capo incappucciato, che riceve i conforti religiosi da due preti con i sacconi neri, mentre un terzo porta una crocifisso. Mentre una parata di guardie tiene a bada la folla che si accalca e numerosi spettatori guardano la scena dai tetti dei palazzi, sulla sinistra il boia aspetta presso la ghigliottina, e sullo sfondo si può distinguere l’immagine di una madonnella.

L’iconografia brigantesca dilaga, arricchendosi di nuovi soggetti e particolari. L’inglese Thomas Uwins dipinge nel 1840 “Il cappello del brigante”, un quadro curioso (quasi un tentativo di lanciare una moda), in cui una graziosa modella, con in testa il classico cappello a cono protetto da una immaginetta sacra, mentre stringe in mano un rosario, ammicca divertita a chi la osserva. Una litografia sarà ricavata dall’incisore Lumb Stocks da questo dipinto. Del 1850 è “La caverna del brigante”, da cui Charles Rolls realizzerà un acciaio.

La litografia “Assalto dei briganti ad un calesse che procede al lato di un fiume”, di C.E.P. Motte è tratta da un disegno del 1825 di Victor Adam (1801-1866). Il cavaliere che monta uno dei due cavalli che tirano il calesse guarda esterrefatto i quattro briganti che lo assalgono, mentre le due donne che trasporta sono in preda al terrore.

Un analogo soggetto, mostrante “Briganti appostati sui monti”, è rappresentato in un dipinto ad olio di Pierre Théodore Colon (Le Havre 1805-1877). Dei sei briganti, due sono di vedetta, ma anche tutti gli altri sembrano stare molto all’erta, sugli aspri ammassi rocciosi, ai quali fa riscontro un cielo livido e scuro. Due xilografie di un artista anonimo della prima metà dell’Ottocento rappresentano “Briganti catturati nella selva” e “Il paese dei briganti”. (Mam. P. 20)

Nel 1853 il Guerind realizza una movimentata e drammatica incisione acquerellata rappresentante “L’attacco alla diligenza”. In questo periodo Jean Jacottet e Victor Adam trasferiscono in litografia i disegni di Marie-Gabrielle Coignet, tra cui “Aggressione di briganti sulla strada di Subiaco” e “Aggressione nei pressi di Marano”. Constant De Mes disegna nel 1857 vari soggetti briganteschi, tra cui un “Rapimento” e la “Confessione del capo brigante”.

Gli ultimi romantici che ci consegnano vedute di briganti tra monti e selve appaiono Alfred Crasse, che nel 1860 realizza una incisione dedicata al “Covo dei briganti”, mentre “Briganti in attesa” è il titolo di una litografia di A. Bertrand, artista francese dell’ Ottocento, tratta da un disegno di Gustav Doré (Strasburgo1832- Parigi 1883). Una rappresentazione assai coreografica e ricca di dettagli sul vestiario, gli ornamenti e le armi di quattro briganti appostati su uno sperone di roccia, due in piedi, appoggiati ai fucili, e due seduti.

L’Italia patriottica

Nel passaggio alla seconda metà dell’Ottocento si fanno esiziali per la pittura romantica gli avvenimenti legittimisti, con un’arte che guarda alle ragioni profonde per cui gli uomini si danno alla macchia. Nascono le premesse per una riflessione in chiave sociale del fenomeno del brigantaggio e un realismo di denuncia si farà sempre più solido verso il tramonto del secolo.

Sono pittori come Francesco Sagliano, con “Un episodio della reazione di Isernia”, del 1861, che ritrae una scena del cruento combattimento tra piemontesi e borbonici, e Giovanni Fattori, col dipinto “Episodio della campagna contro il brigantaggio nel 1863”, a descrivere i tragici fatti legati all’Unità d’Italia nel Meridione. Nel 1862, col dipinto  “L’obolo di San PietroGioacchino Toma denuncia l’ambigua posizione del Vaticano e del clero meridionale, che appoggiano Francesco II, attraverso l’immagine di un giovane prete che osserva fucili e materiali briganteschi appoggiati al muro, sotto il quadro della Madonna.

Sempre nel 1862, Luigi Acquarone, Lugi Facchinetti e Gerolamo Tubino disegnano per l’editore Nicolò Armanino di Genova un consistente numero di ritratti per il volume di Emidio Cardinali “I briganti e la corte pontificia”. Un anno dopo Melchiorre Delfico De Filippis realizza, per “L’Arlecchino”, una serie di xilografie che ironizzano sul rapporto tra potere politico e brigantaggio, dando una interpretazione caricaturale dei briganti. Una posizione sbeffeggiante rappresentata anche da Enrico Colonna nel “Refugium brigantorum”, dove i briganti sono protetti non solo dai Borbone, ma anche dalla Madonna. Analoga ironia adottata in epoca preunitaria (1852) da N. Sanesi, illustrando le pagine della “Cronaca italiana dal 1814 al 1850 compilata da una società di scrittori” per l’editore Dini di Firenze.

Imponente l’apparato di tavole dello Zambelli quando illustra con 150 disegni il volume “Il brigantaggio” di Giacomo Oddo del ………..

La medesima ironia antilegittimista la ritroviamo in Antonio Manganaro, quando nel 1866, in “Brigante con le chiavi di San Pietro sulla falda”, veste Franceschiello di panni briganteschi.

Il napoletano Gonsalvo Carelli (1818-1900), vicino alla scuola verista di Posillipo, che aveva partecipato con Garibaldi sul Volturno ed alle cinque giornate di Milano, viene incaricato da Vittorio Emanuele II, alla fine degli anni Settanta, di dipingere un quadro celebrativo della vittoria dello Stato italiano sui briganti di Francesco II. Il quadro non venne realizzato ma, presso la Biblioteca Reale di Torino, sono conservati tutti gli schizzi e i disegni preparatori, veri e propri appunti rapidi di un quaderno di viaggio, a matita e inchiostro, che, oltre alla completezza illustrativa, mantengono tutta la freschezza e la spontaneità delle riprese dal vero. Sono due gruppi di opere, l’uno relativo ai briganti, mentre assaltano le mura di un paese, mentre sono in conciliabolo con due prelati, mentre trattengono un viaggiatore prigioniero, mentre “castigano” una spia, mentre tengono le loro vittime legate ad un albero, mentre irrompono in una casa di contadini, con le donne che tengono i figlioletti in braccia, o mentre stanno sparando ad una povera donna caduta a terra, ma anche in una allegoria della morte, con tre uomini impiccati. Ci sono poi numerose scene di combattimenti tra soldati, bersaglieri e guardie nazionali, a piedi o a cavallo, contro briganti che, con le loro donne, ora rispondono al fuoco da un bosco, da un’altura, ora fuggono, ora si nascondono in una casa o dietro un dirupo.

Alcuni disegni, anche se con accenti neoclassici, sono di ispirazione pinelliana, altri tradiscono il pittore di gouaches, bramose di soddisfare le esigenze esotiche del turista in visita a Napoli. Del Carelli, oltre ad una serie di acquerelli, è anche il dipinto “Brigante in montagna”.

Anche Andrea Cefaly, formato a Napoli sulle idee liberali del De Sanctis, seguendo la sua passione politica, combatte con Garibaldi al Volturno, e nel 1866 presenta “Il miglior modo di viaggiare in Calabria”, un quadro polemico sull’assenza di strade e sulla necessità di far scortare dai carabinieri le diligenze, per prevenire attacchi dei briganti. Del 1867 sono le “Gesta brigantesche di Eurisio Capocci”, un dipinto che raffigura quattro lancieri che trasportano su una improvvisata barella una donna forse rapita dai briganti nella folta boscaglia buia.

Raffaello Tancredi, dopo aver dipinto nel 1859 “Soldati che invadono una casa” e “Bivacco di soldati”, nel 1862 presenta “Dopo il bottino”. Un realismo epico in chiave verista lo esprime Giovanni Fattori, che immerge il suo “Episodio della campagna contro il brigantaggio del 1863” in una calma impressionante: due briganti ammanettati giacciono a terra, in paesaggio arido e pietroso, mentre soldati a cavallo li osservano, ed altri traversano una radura.

Di fronte ad una nazione che cambia, per gli stranieri che viaggiano in Italia, il brigante è ancora una figura romantica. Nel 1874 Jean Zennock realizza l’incisione “Briganti prigionieri” e Johann Georg von Rosen un ritratto a cavallo de “Il brigante Giovanni Valente detto l’Ardeatino”, di gusto settecentesco. Augusto Ballerini, nel 1880, realizza alcuni acquerelli con soggetti briganteschi, tra cui “Briganti e brigantesse”, mentre di Luigi Loiacono è lo “Scontro tra bersaglieri e briganti”, conservato a Palermo.

Nel 1887 Michele Cammarano presenta “Una partita a briscola (Rissa a Trastevere)”, di tale intensità drammatica da ricordarci le teatrali copertine de “La Tribuna Illustrata”: il morto per terra nel sangue, la madre che si getta sul figlio, trattenuta da un carabiniere, il soqquadro della rissa e l’oste che si giustifica col carabiniere. Sul finire dell’Ottocento, G. S. Gallieni realizza “L’uccisione del brigante”, ma una delle opere più forti è il “Bagno penale a Portoferraio” di Telemaco Signorini, del 1894, che mostra un corridoio con due ali di galeotti addossati alle pareti, non più giovani, di cui, nella figura corpulenta del primo carcerato a destra si è voluto riconoscere Carmine Crocco. Il brigantaggio è ormai battuto, anche se non tramontato.

Nel 1901 Enrico Coleman (Roma, 1846-1911) realizza le tavole all’acquerello per l’edizione romana del volume “Leggende della campagna romana narrate in CCX sonetti da Augusto Sindici”. Il brigantaggio sta però cambiando. Persa la connotazione più politica di ribellione antinazionalista, diventa un fenomeno sempre più di criminalità  sociale, anche fuori dall’Italia.

L’illustrazione popolare

A distanza di dieci mesi dalla pubblicazione dell’Illustrated London News, nel 1843 nasce a Parigi il settimanale “L’Illustration, journal universel”, al quale collaborano i disegnatori Cham, Grandville, Gavarni e Daumier. A loro si debbono alcune incisioni uscite il 6 aprile 1844 sul tema del brigantaggio calabrese, riferentisi a un episodio di ribellione costato tre morti per la richiesta di un governo costituzionale: “Vue de la Ville de Cosenza”, “Brigand calabrais” e “Paysan calabrais”.

Se in Inghilterra il periodico “Illustrated Times” del 26 ottobre 1860 riporta una bella e complessa xilografia di artista anonimo “Accampamento di briganti”, in Italia è “L’Emporio Pittoresco” che, tra il 1864 e il 1870, pubblica una serie di disegni, classificati come “Scene del brigantaggio nelle province meridionali”. Sulla base di bozzetti tratti generalmente dal vero, che illustrano scene ed avvenimenti collegati alla lotta al brigantaggio condotta dalle forze nazionali contro i legittimisti dei passati regimi, in genere accompagnate da un articolo. Tra questi “La Grotta. Ricovero di Briganti”, di Gorra (1864), “Il capobanda Schiavone, e gli ultimi suoi compagni, fucilati a Melfi dietro sentenza di un consiglio di guerra subitaneo, convocato dal generale Pallavicino” (1865), “Briganti in riposo” di Gorra (1865),  “Alto in campagna del generale Pallavicino col suo Stato Maggiore, ed interrogatorio di un cafone sospetto di intelligenza coi briganti” di Bignami (1865), “Arrivo a Frosinone di nove briganti, fatti prigionieri nei dintorni di Veroli” di Genzana (1865), “Tre Brigantesse”,  le drude di Sacchetiello, Schiavone e Crocco (1865), “Arresto della banda Galliano, eseguito dal capitano Salvagnoli, presso la strada di Santa Fiora” (1870).

Anche la rivista “Il Valore Italiano”, nel suo primo anno di vita (1895) presenta in copertina alcuni fatti di brigantaggio su disegni assai pregnanti e scenografici di Ottavio Rodella, come “Chiaffredo Bergia: il cacciatore di briganti”e “Il sergente ferrarone uccide il brigante Talarico – agosto 1870”.

Per la rivista “L’Illustrazione Militare”, sulla quale appariranno molti acquerelli e inchiostri raffiguranti briganti e scontri armati, il suo fondatore, Quinto Cenni, realizza “Due carabinieri reali contro 40 malfattori” e “La cattura di Borjes”.

Troviamo tracce di briganti nel periodico “Il Giornale Illustrato”, con la bella litografia relativa al maestoso “Yanock, brigante rumeno” (1864), che dimostra che stanno diventando esotici i briganti esteri, “I briganti e il brigantaggio” (1866) e “Un’imboscata di briganti” di Gomez (……).

Sul “Messaggero Illustrato”, in prima pagina, “I briganti della Rassegna” (1884), da un disegno di Ravaldini. La “Domenica del Corriere” inizia il filone del banditismo sardo con “Le vittime del dovere: un brigadiere ucciso ed un carabiniere ferito da un latitante sardo”, disegnato da A. Beltrame (1908).

Con l’irruzione della fotografia, che da tempo si sta imponendo, con Raffaele Dal Pozzo, Salvatore Lo Cascio di Mistretta, Bettino Salomone, Ulivi di Orbetello, che seguono le truppe italiane sulle racce degli ultimi briganti, con foto in genere scattate dopo la loro uccisione, i pittori cercano nuove vie che li avrebbero portati a superare i limiti del realismo e ad entrare nel Novecento e nella cultura di massa. A questo penseranno settimanali illustri come la “Domenica del Corriere” e la “Tribuna Illustrata”, che immortaleranno le gesta di briganti come Giuseppe Musolino per finire a Salvatore Giuliano ed oltre. Una cronaca d’Italia raccontata per episodi drammatici, che sapevano conquistare l’interesse e il cuore delle perone, non tanto diversamente dai moderni reality e i “nero-show”, ovvero talk-show su fatti di cronaca nera.

I fogli volanti e i “cartelloni” dei cantastorie

Una eredità, in un certo senso, discendente dai libretti e dai cosiddetti “fogli volanti” che, promossi dai cantastorie e venduti nelle fiere e nei marcati, erano non soltanto un prodotto scritto, ma il risultato di un processo produttivo quasi industriale. Scritti da “letterati popolari”, alle volte sulla falsariga di arie e romanze borghesi, questi foglietti, stampati e messi in circolazione da una distribuzione “mano a mano”, col favore del pubblico, entravano nella circolazione orale, altrimenti andavano perduti. Si potrebbe stendere una sorta di hit parade delle storie più fortunate, attraverso la prova della molteplicità delle edizioni, attraverso ristampe della stessa tipografia, o remakes di tipografie diverse, nel corso anche di un paio di secoli.

L’aspetto grafico dei fogli volanti, fino alla seconda metà dell’800, replica quello dei precedenti, pur con diverso stile nel disegno che li decora, per illustrare il fatto narrato. All’inizio del Novecento cambiano le misure, passando dal piccolo al grande formato, mentre le illustrazioni si modernizzano, non più a tratto, a proseguimento della vecchia tecnica incisoria, ed appare il colore. Se il modello ispiratore sembra essere quello delle tavole della “Domenica del Corriere”, dopo l’ultima Guerra Mondiale diventa più vicino a quello dei romanzi tipo “Grand Hotel”. Il nuovo stile è inaugurato negli anni Trenta dalla “Tipografia Campi” di Foligno, che ben presto assume una posizione di leader nel settore. Per dare un’idea della produzione di fogli volanti è sufficiente ricordare che la sola Tipografia Ranzini di Milano, attiva in questo tipo di edizioni dal 1878 al primo dopoguerra, stampato nell’arco di un quarantennio circa 500 titoli.

I titoli, veri e propri indici, erano alle volte volutamente “horror”,  come nel caso del “Lamento e morte di Benedetto Mangone. Capo di banditi nel Regno di Napoli. Con li crudelissimi assassinamenti che lui faceva in Campagnia. Come fu pigliato in Alessandra dalla Puglia vestito da pellegrino e condotto a Napoli dove fu attanagliato & arrotato” (1605). Altrettanto antica, ma con un titolo assai conciso, è la “Historia delli eccessi di Nardo Antonio Plaitano” (1632). Seicentesco, ma senza data né luogo di stampa, appare anche la “Istoria di Titta Greco dove si raccontano le sue guapperie, prodezze e morte”. In prosa, antenato dei romanzi popolari ottocenteschi, il componimento “Imprese terribili, coraggio, assassini e morte sulla forca del formidabile brigante Cirindello”. Ricordiamo inoltre la “Nuova Historia del famosissimo, e foribondo bandito Abbate Cesare Riccardo. Dove si incontra la Vita, Morte e Ricatti, e tutte l’Imprese e Scaramuccie fatte con la Corte, e suo testamento. Composto da Francesco Tartarone detto il Giuglianese”, dell’editore napoletano Paci, che stamperà anche una “Nuova istoria della vita, e morte di Pietro Mancino capo di Banditi”, ristampata a Napoli (1818), quindi a Lucca (1855).

Verso metà Ottocento dall’editore Avallone di Napoli dà alle stampe la “Istoria di Bartolomeo Romano, dove s’intendono le prodezze, l’imprese ed anche la morte”, ed una seconda versione, stampata a Lucca, propone la “Nuova istoria di Bartolomeo Romano, ove si narrano le spiritose prodezze e la sua morte”. Nella stessa epoca l’editore Avallone di Napoli da alle stampe un componimento molto diffuso nel Settecento, la “Crudelissima istoria di Carlo Rainone dove si intende la vita, morte, ricatti, uccisioni ed imprese da lui fatte”. Agli inizi del Settecento risale una prima edizione, della quale dà notizia il Giannini (“Le stampe popolari antiche possedute dalla Biblioteca Estense di Modena”, Catania, 1925, p. 352), ristampata più volte durante l’800.

Ai primi dell’Ottocento appare a Lucca la ballata “Vita e morte del perfido Gabertingo di Trento, che ammazzò 964 persone e 6 figli”), ed un’altra dal titolo “La sciagurata vita e morte di Arrigo Gabertingo assassino”, diffusa in molte stampe popolari tra Firenze e Bologna. Sempre a Lucca, un’altra ballata anonima dal titolo “Storia di Stefano Spadolino e compagni assassini”.

Dopo l’impiccagione di Angiolillo, noto brigante di San Gregorio Magno (1784), appare  la “Bellissima istoria delle prudezze ed imprese di Angelo del Duca”, un tema che diventerà repertorio fisso di molti cantastorie del Regno, e di cui si contano numerose stampe, come la “Bellissima istoria delle prudezze ed imprese di Angelo del Duca nativo della Terra di S. Gregorio”, ed una “Vera storia della vita, prodesse, fatti e morte del famoso bandito Angiolo del Duca nativo della Terra di San Gregorio”, o una “Angeleide, ossia la vita in comitiva del famoso Angelo del Duca di San Gregorio”.

Dei primi dell’Ottocento è la “Nuova istoria della Vita, e Morte di un famoso bandito, Giuseppe Mastrillo”, mentre a Todi viene stampato nel 1810 una “Composizione nuova dove si descrive la vita che tenne Giuseppe Mastrilli di Terracina che per amore cadde in molti omicidi, e fu bandito dagli Stati di Napoli e Roma in pena di forca e squarto, e scampato durante la sua vita dalle mani della Giustizia, se ne morì nel suo letto pentito del tutto de’ suoi misfatti”, mentre un’altra recita “Storia di Giusepppe Mastrilli, che per causa d’amore cadde in molti delitti, per quali fu bandito dalle province di Roma e Napoli, ond’essere condannato alla forca, da dove fuggendo si sottrasse; e morì nel suo letto pentito”. Del 1849 è la “Istoria delli Spicciarelli, dove si raccontano le prodezze fatte da un padre e cinque figli, quattro maschi ed una femmina, di Ponte vicino Sessa”, sulle vicende di Franciscone Spicciarelli, mentre a Todi appare “Istoria della vita, e Morte, uccisioni ed imprese di Pasquale Riccio di Lauro e i suoi compagni”. L’editore Adriano Salani di Firenze stampa nel 1878 “Delitti commessi da Federico Bobini detto “Gnicche” presso Tegoleto” e una “Storia di Federico e Margherita: dove s’intende i delitti commessi e l’orrida fine che fecero, per gli eccessi d’amore”.

A partire dal 1861, dopo i tragici eventi legati all’Unità d’Italia, la posizione nei confronti di briganti come Chiavone, Borjes, Crocco e gli altri legittimisti, diviene meno indulgente, talvolta assolutamente ostile. Ritornano però anche i cantori di un antico brigantaggio epico, che rievoca le vicende cinquecentesche quali la “Istoria di un orribile e crudelissimo bandito chiamato Bruno Grillo e suoi compagni” (1869), “Marco Berardi o il re dei boschi” (1886), e “Giacomo Francescotto. Capo di una banda di 500 assassini, dove si narra le uccisioni, le crudeltà ed i combattimenti da loro commessi” (1898).

I libretti e foglietti volanti hanno vita lunga, e le gesta di briganti come “Storia di Guazzino. Famoso aggressore di strada” (1926) e “Storia di Enrico Stoppa, dove s’intende  come pel vizio del giuoco, da uomo onesto divenne malvagio e morì nelle carceri delle murate di Firenze” (1932).